Ingranaggi e caffè

Mi guardai attorno. L’aggeggio mostruoso strepitava e rantolava e talvolta gridava con quella sua voce metallica e stridente, talvolta possente. Guardai in alto. Montagne e fiumi di ingranaggi sovrastavano una parete metallica adesa a un corpo di gomma e alluminio. Una lunga pala solleva carbone oscuro e con ferocia lo lanciava dentro una cisterna trasudante di acidi e fumi tossici che rilasciava ogni qual volta asfissianti e bollenti vapori violacei. Alla mia destra stava una pericolante rampa di scalini anch’essi di carbone e alla mia sinistra un cumulo di ingranaggi rotti e arruginiti frammisti a ciottoli, viti, cacciaviti, scappaviti e ancora, pezzi di carbone. Sopra la mia testa s’allungava un soffitto di pochi metri che continuava in uno strettissimo imbuto in cima al quale stava appeso un fazzoletto grigio, legato con due spaghi a un pendolo nero che dondolando ravvivava ai suoi estremi due focolari verdastri. Stavo in piedi su una gigante cupola di plastica e vetro e polvere che si affacciava sopra un marghingegno che sputava indignati pezzi di cristallo. Essi, dopo esser passati sotto crudeli luci al neon e dentro strani macchinari ne uscivano rassomiglianti a pezzi di legno tutti uguali ma non color legno, color ruggine. Decisi di salire la scala oscura alla mia destra e mi ritrovai, non senza fatica, in una stanza piena di specchi dai riflessi rossastri, fatti di vetro e polvere e plastica. Uno di essi era disfatto e sul retro si poteva notare una piccola porta simile a quelle dei sommergibili, color acciaio disfatto. Aprendola ebbi modo di udire un altro lamento metallico e intanto davanti a me sì stagliò un’immagine tetra e rassegnata. Un vagone trasportava ingranaggi lucenti dentro una grossa pressa e ne uscivano piccole viti e bulloni color ruggine. Camminando udii il rumore ovattato dei miei passi su quel pavimento di carta stagnola e plastica, che pareva fragile tanto quanto indistruttibile. Davanti a me v’era un grosso mobile di legno e polvere e scheggie di ferro e sotto c’era una porta. Sopra questo gigante comodino strepitava un boiler dal quale fuoriusciva un liquido nero e ogni volta che strepitava ballavano sopra la sua testa tizzoni infuocati, come piccoli diavoli. Mi avvicinai cauto alla porta sotto l’imponente e tetro mobilio e con mia sorpresa quella si aprì sa sola, stridento e lanciando scintille. Il meccanismo che la aprì era pieno di rotelline colorate di bizzare tinte e polvere. Mentre si apriva la porta perdeva scheggie e pezzi di legno e stridendo con forza pareva godere nel liberarsene. Intanto filtrava dalla porta un’inquietante luce rossa, un rosso rugginoso e polveroso, che per qualche istante m’accecò. Quando riaprii gli occhi vidi davanti a me un corridoio immenso dove pavimento pareti e soffitto erano tutti di un metallo strano con intarsi di bulloni e chiodi, dovetti stare attento a quest’ultimi. Ad ogni passo il rumore dei miei piedi sul pavimento accidentato pareva amplificarsi e il mio corpo lentamente si scaldava. Giunsi ad un’elegante porta di legno rossa ciliegio dotata di uno splendente maniglia color oro, nessuna serratura. Lentamente aprii la porta e rimasi a guardare davanti a me, stordito. Mi trovai in una stanza perfetta dotata di tutti i comfort piena di lussi, donne e decorazioni. Infondo alla stanza stava un’enorme scrivania dove un uomo mi guardò per qualche secondo poi disse: “Beh, che c’è?” E tornò a bere il suo caffè, ignorandomi.

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