Cuban Café Revolution pt.3 (ultima parte)

I tre si guardarono negli occhi e poi si girarono all’unisono verso il Palazzo. Il Palazzo non era affatto tale, ma veniva chiamato così perché si trovava in un quartiere povero di bar e di case ed era l’unica a tre piani. Si diceva che si avesse abitato, tempo addietro, una nobile famiglia inglese, e che questa un giorno scappò dal posto, scomparve senza ragione. Così quella casa rimasta sola tra tante fu colonizzata da poveri, senza tetto e più avanti, da rivoluzionari. Oh! Con ‘rivoluzionari’ si intende solo persone che non si erano ancora sottomesse alla microdittatura locale della Serpe. Così quella casa prese ad essere abitata da numerosi individui e furono anche messe delle porte rinforzate per separare gli ambienti, così prese il nome di Palazzo. Uno dei tre, quello con la barba più grigia, fece un gesto di consenso e a quel punto i tre si alzarono finalmente, dopo due giorni che stavano seduti a quel tavolo rosso e alzandosi le sedie stridettero in maniera paurosa, così che Tullio aprì la finestra al terzo piano del Palazzo ed esordì gridando: “allora, che succede?” Quello con la barba meno grigia gli fece cenno di aspettarli al Palazzo mentre gli altri due coprivano con una tovaglia il cadavere di Tales. Intanto le urla di Tullio risvegliarono diverse donnaccie del paese, alcuni muratori, il fabbro, il falegname e un monello di strada che accorsero tutti preoccupati, incuriositi e un po’ assonnati. Si dicevano ch’era strano che i tre si fossero alzati da quel tavolo e un pazzo andava sbraitando che tirava aria di cambiamento. Intanto, la banda (o meglio il gruppo di squinternati stonati locale) dei Vecchi prese a suonare, un po’ perché anche loro furono colti dall’agitazione nell’aria, un po’ perché gli andava. I tre stettero a parlare con Tullio per ben mezzora, alla fine della quale uscirono dal Palazzo con tre fucili da caccia, accompagnati da Tullio, che portava due pistole antiche, da Norro, che aveva in una mano una granata e nell’altra un sacchetto di patatine e da Punzo, che in mano non aveva niente, ma era grosso da far paura. La gente si avvicinò ancora di più e la banda smise di suonare. Il discorso che si tenne nella piazzetta del café fu veloce, intenso e deciso e non ci fu bisogno di persuadere nessuno che dopo cinque minuti erano tutti lì pronti attrezzati come potevano. In particolare ricordo Silvia, che teneva in mano un mattarello enorme e Franca, che si era armata di lacrimogeni agli intrugli piccanti e bombe pestigeniche (neologismo utilizzato per descrivere piccole sacche in cui la suddetta teneva una poltiglia maleodorante di fagioli e cipolla). E fu così che di corsa s’avventarono tutti verso la villa della Serpe.

Di loro non rimase vivo nessuno, del resto cos’avrebbero potuto fare?! Ma anche la Serpe ebbe la sua perdita, non ebbe più nessuno su cui far dittatura e sicuramente i nostri amici si trovano ora in un posto migliore.

Il tavolo rosso è ancora lì, non è stato spostato ancora, sebbene siano passati tanti anni, ma nessuno osa sedersi ad esso, nessuno ha più il coraggio di affrontare il prezzo della libertà.

[FINE.]

Una Risposta to “Cuban Café Revolution pt.3 (ultima parte)”

  1. dave! sei un pazzo geniaccio! adoro l’epilogo! lo metto tra le citazioni preferite su facebook, è meraviglioso! mi raccomando, continua così!🙂

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