Annabel e il demone giallo

“Chi non comprende il tuo silenzio probabilmente non capirà nemmeno le tue parole.” E.H.

Un bagliore accecante, un fulmine, un colpo, il battito d’ali di una farfalla, oscurità.

E poi il ragazzo più bello che avessi mai visto. Il suo sguardo si perdeva nella nebbia del mattino e la sua voce nella brezza gelidamente ardente. I suoi capelli neri giocavano coi riflessi dell’alba proiettando sul terreno vuoto storie ed ombre danzanti. Indossava una lunga giacca gialla, del colore del sole, lo stesso che rifletteva dolci sagome attraverso le nuvole nei suoi occhi. E poi scomparve, ma non come in un sogno. Scomparve come un effimero momento di bellezza assoluta, come la purezza delle cose al tramonto, come un bacio insanguinato. Rimasi seduta ad osservare l’infinito, che non era più lo stesso senza essere riflesso nel suo sguardo. Poi una mano mi sfiorò la spalla:

“Annabel?”

Silenzio. Non osai voltarmi. Non per paura, ma per evitare che quel momento diventasse un sogno, un’altra illusione. Chiusi gli occhi.

“Annabel? Cosa ti turba?”

Silenzio.

“Non vuoi più danzare con me?”

Mi alzai in piedi tremando, sempre con gli occhi chiusi, una lacrima discendeva codarda e solitaria sulla mia guancia.

“Danziamo Annabel, stringi le mie mani.”

Silenzio. E in esso cadde tutto, ogni cosa. Danzammo senza musica, senza passi, senza sogni, senza realtà, senza muoverci e senza respirare, e danzammo per sempre.

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