La novella dei due destrieri

V’era un gran giardino, e il padrone di casa era solito dare delle grandi feste, enormi, famose ovunue per bellezza e splendore. Inoltre, era usanza del padrone mostrare ai suoi ospiti, pressoché al concludersi di ogni banchetto, due tra le sue bestie più belle. Nella stalla della sua villa più di cento specie animali risiedevano e nel suo giardino più di mille meravigliosi esemplari. Ogni sera erano mostrati, come detto, due bestie delle più belle, e solitamente erano di due specie diverse, e come potevano due animali della stessa specie esser di pari bellezza? Ma una sera furon portati al cospetto degli ospiti due destrieri, uno nero ed uno bianco, meravigliosi entrambi e a quanto si favoleggiava incredibilmente prestanti. Il padrone di casa era solito dare ad ogni sua creatura un nome, e aveva l’incredibile ingegno di ricordarli tutti, uno ad uno, e mai li confondeva. I nomi dei due destrieri erano: Moon e Sun. Moon era il cavallo bianco, e il nome gli era stato dato proprio come onore al suo pelo splendente. Ma splendete egualmente era il pelo nero abisso di Sun, cui era stato dato questo nome in quanto cominciava a brillare non appena esposto al sole. Vederli correre insieme, doveva essere davvero una meraviglia. La dinamicità dell’essere nella sua forma più perfetta, eterna ed allo stesso tempo effimera.  Eppure, sfortunatamente, le due bestie non andavano molto d’accordo. Sun era solito correre veloce, velocissimo, al contrario di Moon che nella sua mitezza se ne stava il più della giornata a trottare dolcemente nei pressi del frutteto. Sun doveva fare bella figura col padrone, così appena poteva mostrava tutta la sua abilità, correva a più non posso, ed il suo pelo era bello, nell’attimo perfetto. Eppure il padrone continuava ad osservare Moon, forse incuriosito, forse come incantato da quel trotto mite e dolce, tanto disinteressato quanto pieno di grazia. Ma non era mai accaduto nulla, i due animali sapevano di essere di pari valore, certo, non avrebbero mai immaginato d’esser esposti in un’occasione entrambi, insieme. Accadde allora che per un momento, il padrone errò, come mai era successo, e confuse i nomi dei due animali. Così il cavallo nero brillante prese a trottare nervoso, disperandosi, il cavallo bianco candido prese a correre attorno al tavolo con tutti gli ospiti del padrone in modo violento, goffo. Il cavallo nero non poteva continuare a quel modo, doveva mostrare la sua abilità, e prese a trottare furiosamente a destra e a manca, fino a fuggire nel frutteto. Il cavallo bianco s’arrestò a terra, stremato, incapace nella sua strenua corsa, ucciso dalla stessa mitezza che tanto l’avea reso grazioso. Gli invitati, esterrefatti, ad uno ad uno scemarono. Il padrone, versata qualche lacrima per le povere bestie, s’avvicinò al cavallo bianco, che non più frenetico parve aver riacquistato la sua grazia. Eppure nell’attimo in cui il padrone fece per accarezzarlo, il suo cuore si fermò. Intanto il cavallo nero, quel ch’era stato il più veloce dei destrieri, riacquistato il suo talento, prese a correre e a correre, sentitosi abbandonato dal mondo, dal suo padrone, dalle sue stesse gambe. Corse e corse e il tempo parve essersi fermato, finché le gambe non gli ressero più e cadde stremato, ai piedi di un ruscello. L’acqua sembrava fresca, ma non rifletteva affatto la luce della luna. Rifletteva l’oscurità della notte, e questa soltanto. Il destriero sfinito ne bevve un sorso e gli fu letale, e per sempre, i due destrieri furon persi, sol perché la briglia che li aveva legati in un destino uno s’era spezzata lasciandoli liberi di correre contro sé stessi.

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