Daiki (l’inizio)

L’inverno… l’inverno è triste. Il gelo che attanaglia il mio cuore e rilega il calore là nel profondo della mia anima è di una crudeltà inimmaginabile, eppure è il suo dovere. Eppure ogni cosa ha una sua funzione, uno scopo da perseguire, un dovere da adempire. Da quando mi sono trasferito in questo luogo non riesco più a scorgere il verde adamantino della foresta, così come i suoi cupi echi di marrone e rosiccio. Il canto degli uccelli più non mi tange, eppure sento di essere felice. Cos’è esattamente la felicità? Sento che perdersi tentando di rispondere a questa domanda sarebbe superfluo ed squallidamente approssimativo, e poi, mi sono sempre accontentato di trovare una risposta alle mie domande che mi consenta di non rimuginarci sopra, non una risposta che necessariamente mi porti alla verità. Ci sono domande che tutti si pongono, ma la qual risposta nessuno vuol davvero conoscere. Ci sono risposte dolorose. Tutto ciò mi richiama alla mente una vecchia poesia, narratami dalla mia bisnonna…

In primavera,

Vorrei si attorcigliasse una ghirlanda,

così ho pensato,

Ma i fiori di ciliegio,

sono andati dispersi.”

Nel poeta, in estasi per la primavera, nasce la voglia di creare una ghirlanda di fiori, eppure questi fiori sono andati dispersi ed egli non può dunque dilettarsi in una tal dolce pratica. Il poeta allude alla sua amata, Sakurako (figlia del fiore di ciliegio), morta suicida per placare la lite tra due uomini in contensa per lei. Uno di questi è naturalmente l’autore di questa poesia. Forse, ho divagato troppo… eppure mi basta questo per definire la felicità: una disillusa volontà, un’effimera ricerca della bellezza. Tutto ciò non vuol dire che per quell’attimo, non sia bello ricercare una bellezza assoluta ed eterna in una vita già raccontata, già sviscerata nelle sue ombrose sfaccettature. E poi, l’uomo ha sempre avuto e forse, sempre avrà un pregio: quello di non abbandonare mai la speranza. Speranza nell’esistenza della felicità assoluta, in un senso nel vivere, in un fine ultimo che sia anche noi stessi, ma definito. E per questo, non dimentico mai nemmeno la poesia dell’altro amante della donna, che se non ricordo male recita pressappoco queste parole:

“Alla mia cara fu dato il nome

di fiore di ciliegio,

e quando questo fiore sboccia,

per quanto si può amare?

Perpetuamente e per sempre.”

Questi versi mi ricordano ciò che ho appena detto: l’immutabile desiderio di amore per la vita, amore per l’amore, amore per ciò che è già morto. Così, io continuo a vedere quella foresta e quei fiori, quegli uccelli selvatici che stridendo e dolcemente cantando fieri fendon l’aria, quel bacino azzurro lapislazzulo, rilfesso nei suoi occhi.

Quegli occhi… quegli occhi simili a due sbuffi di cielo rapiti in una metamorfosi divina, discesa in terra ad annunciar la sua bellezza. Se guardo all’orizzonte, oltre i monti e le cime innevate, posso ancora vederli, quegli occhi, ed è ciò per cui continuerò il mio cammino.

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