Il viandante

” Parcere subiectis et debellare superbos.”

Questa frase risuonava nella mia mente, e le orecchie tintinnavano ormai di un lor suono, quando giunsi infine ai piedi dell’irtissimo colle. Dinnanzi a me serpeggiavano due strade: una infinitamente lunga e l’altra infinitamente buia, ma entrambe svolgevano lor fine ad un unica destinazione: il Tempio delle Dee.  Pensai di non avere scelta, e percorsi la strada infinitamente lunga: l’oscurità non si addice agli occhi di uno stanco viandante. Dopo lungo pellegrinare ancora la meta mi era lontana, di una lontananza oscura e tetra, solo ora capisco quale strada avrei dovuto percorrere e perché mi parve infinitamente buia. Ma se il dubbio fu la mia imbarcazione in quel mare d’incertezza, l’amore fu il fiato che ne spronò le vele. E in tempo indeterminato giunsi a destinazione. Dinnanzi a me un ammasso di statue e volti sorreggeva un enorme trave di marmo, su essa il volto di qualcuno logorato dal tempo, e sopra essa un cumulo di erbe misteriose ed insidiose rampicanti. E mentre il rosso cielo scioglieva su me calde lacrime, infreddolito passai le porte del tempio. Le stagioni e il fato avevano voluto che la luna illuminasse l’interno del tempio, e del soffitto rimaneva ben poco. Camminando sotto gli scrosci di quel cielo pesante ed arrugginito dai riflessi giocosi delle nuvole inciampai nell’ombra di me stesso che distrattamente si era fermata ad ammirare l’ombra di un’enorme manufatto antico: un’enorme rappresentazione in pietra della dea Astarte. Coronata da bacche di tasso sovrastava un enorme basamento scuro, abbellito da spruzzi d’atropa che la terra aveva abbandonato lì sdegnata. Una rossa bacca rotta riversava il suo sangue sugli occhi della dea, che sprezzante calpestava i neri frutti della belladonna. Un lontano sentimento di terrore folgorò il mio cuore, che però presto si riprese e mi consentì di scorgere al di là di due lontane colonne un grosso spiazzo ricoperto da terra rossa, perforata da carminei papaveri. Man mano che i miei occhi riacquistavano possanza ed arguzia potei ammirare la gigantesca rappresentazione di una dea, anch’essa dell’amore: la dea Turan. Mi alzai e barcollando nelle tenebre mi diressi verso questa, la osservai e poi la circumnavigai velocemente, sempre mosso da uno strano terrore che lentamente cresceva dentro me.  Procedetti tra alti pini scuri e giunsi dinnanzi a ciò che cercavo: una meravigliosa statua di Afrodite, enorme e splendente. La luna ne risaltava i seni e lo sguardo dolce. Non avevo mai visto una rappresentazione tanto bella della dea, nemmeno in Italia, ed era lì, davanti a me, pronta per essere depredata. Ah se solo il mondo mi avesse potuto vedere in quel momento, accarezzare la fredda pelle di una dea e depredarla in quel tempio abbandonato dagli dei stessi, e reso immortale da quelli che vi rimasero! Non appena mi avvicinai per portarla via una scossa di terremoto mi fece cadere e persi i sensi. Al mio risveglio mi trovavo su di un ponte, circondato dall’oscurità. Solo i fulmini nel cielo e i lampi illuminavano di paura ultraterrena la zona. Bevvi la pioggia e cautamente mi alzai, poi mi gettai nel vuoto. Ricordo il silenzio, poi una fitta al cuore, infine il piacere. Danzai con le dee nell’aria eterna di quel baratro e fu una luce accecante.

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