Il presepe nel buio

Fare il presepe è sempre stata una tradizione di famiglia, niente di speciale s’intende, ma da piccolo il poter ricreare questo sacro scorcio di vita mi affascinava molto. Dopo molte giornate dedicate a vani e amari tentativi di comprendere la filosofia sono finalmente uscito dal mio studio e ho notato che il presepe era già stato fatto, la scena già composta. Quando si reitera un’azione si tende a credere che la conseguenza di quell’azione non possa esistere senza noi, e così fui pervaso da un velato senso di tristezza; poi però sorrisi, sapevo che si trattava solo della mia vanità. Osservai di sfuggita ma più volte quelle sagome fredde e mal dipinte, come se non riuscissi a scrutarle con la giusta attenzione, come se immerse in quel piccolo contesto avessero perso tutta la loro grandezza. Solo dopo, notai che il presepe era stato posto in un luogo diverso dal solito, non più sul mobilio di ciliegio, ma su un armadietto nero, completamente nero. Le luci sfavillanti e intermittenti che esplodevano sul tetto e serpeggiavano nel muschio venivano divorate da quell’oscurità, dopo essere esplose con impertinente brio. Un palco scenico, nella quale ognuno recitava la sua parte, e l’attore più attesto, quello per cui si paga il biglietto e ci si avventura a teatro nonostante l’incessante neve penetri nelle membra, non aveva ancora fatto la sua comparsa. In quell’oscurità quella capanna, quella grotta, quelle assi di legno illuminate da pochi riflettori, sono un teatro nel teatro, gli attori sono tutti gli uomini  e un uomo solo, luci, oscurità e verbo. Dalle quinte, non illuminate, spunta il volto opaco di un pastore, le pecore e gli agnelli come congelati,  figli inquieti di quel teatro senza inizio e senza fine. L’oscurità però penetra anche in quella capanna che sembra tanto ben illuminata, negli occhi spenti di un falegname e nella paura di una donna in fuga, forse da se stessa. Mi accorsi che nonostante grandi suggestioni si formavano nella mia mente, non ero ancora riuscito nell’intento di osservare con attenzione quella scena, come se tutto fosse d’un tratto effimero, caduco, irrimediabilmente mutevole nell’eternità di un attimo. Così tornai ai miei studi di filosofia, non sapendo dire se fossi deluso o contento. Non tornai più a quella visione, non seppi se gli attori riuscirono a diradare quelle tenebre o se l’attore più atteso fosse già arrivato, ma continuai a pensare a quelle tenebre, a chi le guarda dal palco e a chi dalla platea, al pastore in attesa, ai magi occultanti i loro doni dietro il sipario, alla cometa dispersa in chissà quale cielo.

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